incesto
06. Zio Lucio – Il ruggito di un leone
03.11.2025 |
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"Dopo cinque minuti di pompaggio serrato mi chiese di leccargli le palle, cosa che feci con dedizione e amore di nipote..."
Disclaimer: Riprendo dopo tanto tempo il racconto rigorosamente autobiografico delle mie prime esperienze sessuali con gli uomini. Occorre però precisare che queste esperienze hanno carattere incestuoso, pertanto, chi è infastidito da questa tematica è pregato di proseguire altrove la navigazione.Per gli appassionati, invece, che non avessero ancora letto i miei primi quattro racconti, è doveroso riassumere che il mio primo e precocissimo contatto con un pene maschile fu con quello del mio unico fratello Lorenzo e, molto tempo dopo, con quello di mio zio materno Lucio. Nel quinto racconto, invece, ho sentito l’esigenza di condividere il mio coming out/ammissione esplicita proprio con Lorenzo, che mai dimenticherò per l’intensità e per aver reso il nostro rapporto fraterno davvero speciale. Ogni riferimento a luoghi, tempi o persone è puramente casuale. La descrizione dei fatti è reale.
Ricordo che ci fu un lungo periodo in cui non riuscii a ritrovarmi facilmente da solo con zio Lucio, soprattutto d’inverno. Confesso che il vissuto legato a quelle fortissime emozioni, tanto scabrose e proibite per un adolescente come me, dopo breve tempo mi provocava puntualmente delle vere e proprie crisi di astinenza. Erano perciò momenti in cui mi chiudevo in me stesso, isolandomi da tutto e da tutti, durante i quali le mie sessioni di masturbazione erano totalizzanti e necessarie come l’aria per respirare. Non mi è mai piaciuto masturbarmi in bagno e condividere la camera da letto con mio fratello Lorenzo non facilitava le cose: non mancarono, infatti, momenti di forte imbarazzo per l’essere riuscito a non farmi trovare da lui con il cazzo in mano per millesimi di secondo, come invece accadde quella prima volta con zio Lucio. Sapevamo entrambi, però, quello che stavo combinando immediatamente prima che aprisse quella porta e questo mi rendeva nervoso ed irritabile, soprattutto con i miei genitori. Solo Lorenzo riusciva ad interloquire con me senza che scaturisse un pandemonio e spesso i miei genitori lo utilizzavano per quelle banali mediazioni familiari che all’epoca, cocciuto com’ero, mi apparivano come trattati di rilevanza diplomatica internazionale. Tornando all’autoerotismo, stavo anche molto attento a non lasciare tracce dei misfatti, tantomeno computer accesi e incustoditi. Avevo ormai imparato le lezioni.
Le regolari sessioni di pompini che praticavo a mio zio ormai erano solo un ricordo fino a quando non riuscii a trovarmi finalmente con lui in macchina, da solo, per poterlo nuovamente sedurre senza nessuno che ci disturbasse o lo intimorisse. Erano gli ultimi mesi di scuola ed i miei genitori gli avevano chiesto di andare a prendermi all’uscita di scuola per poi accompagnarmi sul luogo di lavoro di mio padre, dove era rimasto trattenuto. Nessuno dei due aveva mai fatto cenno ai servizi che ogni volta gli riservavo e per questo mi risultava più facile passare ai fatti, ma non sapevo mai quando cogliere l’attimo ed avevo un’enorme difficoltà a fargli capire che ero e rimanevo sempre disponibile a soddisfarlo. Il mio sogno era che lui venisse a chiedermi un pompino ogni volta che ne avesse avuto voglia, ma questo con lui non accadde mai.
Era verso la fine di maggio e la giornata era calda e soleggiata. Mentre l'auto avanzava senza fretta, ricordo ancora l’ombra intermittente dei rami di ulivo sul mio volto che mi facevano battere le palpebre più del dovuto, come fece il mio cuore l’attimo prima di allungare la mano sul suo cavallo, proprio mentre era alla guida. Avvertii subito la pressione della sua carne sotto la mia mano di ragazzino bramoso. Cercai di armeggiare con i bottoni fino a quando non mi disse in modo fintamente distaccato, con quel tono di chi sa di non dover chiedere nulla: «aspetta che ce ne andiamo in un posto tranquillo». Mi fermai e rimasi muto dall’imbarazzo prima di arrivare dietro un vecchio casolare di campagna. I minuti parvero ore mentre nessuno parlava.
Dopo aver spento il motore dell’auto, reclinò il suo sedile e questa volta non aspettò alcuna mia iniziativa: si sbottonò i pantaloni e se li portò alle caviglie assieme agli slip, esponendo l’oggetto del mio desiderio e delle mie notti insonni. Stese il braccio destro sul mio sedile e portò il sinistro dietro la nuca dopo aver rimboccato la camicia fino alle ascelle, allargando le gambe per regalarmi tutto sé stesso. Ho ancora quell’immagine stampata in testa che mi fece capire quanto stesse aspettando da tempo quelle mie attenzioni.
Mi buttai sui capezzoli, facendolo sussultare, per poi dedicarmi a leccare tutto il suo addome, fino a scendere sul suo cazzo e le sue palle, facendo l’amore con il suo corpo. Adoravo farlo godere, mi faceva impazzire quella sensazione di avere la regia delle sensazioni di godimento di un uomo adulto, di un padre, che era mio zio. Il sangue del mio sangue. Per ben due volte mi fermò per evitare l’orgasmo, dandomi la certezza di voler trarre il massimo del piacere. Fu anche la prima volta, essendo isolati nella campagna, in cui si lasciò andare nel manifestare il proprio piacere fisico: più pompavo, più il cazzo gli diventava di marmo. Più cercavo di affondarlo nel mio esofago e più piangevo per lo sforzo, godendo mentalmente come un dannato. Ogni centimetro della mia bocca calda guadagnato era un’esclamazione di godimento. Lo avevo in pugno, in tutti i sensi - o forse lui aveva me - quando mi fermò con la mano affinché potesse chiudere tutti i cristalli dell’auto. Poi disse: «vai!» con un fare intimo, complice, direi anche supplicante. Dopo cinque minuti di pompaggio serrato mi chiese di leccargli le palle, cosa che feci con dedizione e amore di nipote. Seguirono una sequela di «minchia quant’è bello, cazzo!» fino a quando non mi rimisi a pompargli il cazzo.
Capii che desiderava esplodere quando mi chiese di usare anche la mano per segarlo mentre succhiavo. Fu così che venne senza dirmi nulla - sapeva che poteva farlo dalle volte precedenti - se non emettendo un lunghissimo ruggito di leone, seguito da possenti schizzi direttamente nella mia bocca che continuò diligentemente a succhiarlo fino a quando il cazzo non divenne flaccido, smettendo di ansimare e lamentarsi. Quell'urlo animalesco mi fece capire perché chiuse tutti i finestrini.
Mi ricomposi. Prese un pacchetto di fazzolettini dal vano portaoggetti e me lo porse prima di crollare nuovamente sul suo sedile, come se dovessi sputare qualcosa, ma io la interpretai come una richiesta di ripulirlo dalla mia saliva. Cosa che feci con suo stupore, senza avere ancora la forza di fare da sé. Fu effettivamente un orgasmo intenso per lui. Un orgasmo che ogni uomo dovrebbe provare nella vita: quello provocato da una bocca innamorata, desiderosa di latte di uomo, che cambia sempre i movimenti e le tecniche, per poi usare sempre la stessa verso la fine... quella che ogni volta lo fa sborrare come un cane. Una bocca che ama certi odori e che sa come gestire certe dimensioni nella faringe.
Si rivestì in silenzio, ma senza imbarazzo. Scese dall’auto per fumare una sigaretta velocemente e quando rientrò, disse guardandomi con un sorriso smagliante: «c’ho una fame pazzesca, tu no?». Aveva ancora la voce rauca per l'intensità dell'urlo. Mentre cercava di schiarirsi la voce, risposi: «Si, anche io… da morire zio!».
Cambiò stazione radio e ripartimmo.
Fu così che mio zio Lucio propose sempre più spesso di venire a prendermi a scuola ed io stesso mi sentii autorizzato a chiedergli di accompagnarmi, quando possibile, per diverse esigenze di facciata, che altro non erano il disperato bisogno di soddisfarlo con la mia bocca.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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